Svegliati, esci dal coma, tocca i capelli
perché li hai ancora e pensa!, sono i tuoi,
tu non li hai tinti per parere un’altra
in un’orgiastica sub-modernità,
gli occhi forse appena cisposi
dopo un lungo sonno, ma un attimo
e vedrai il bianco,il rosso e il verde,
ti desterai, il cerume sparirà d’incanto
e ascolterai un inno così anacronistico
da sembrare nostro, al servizio del tempo.
Libera le mani, hanno tanto da fare,
libera i piedi, riprendi a camminare,
fiuta il destino come un animale
e infallibile quasi come il Papa
sentirai che c’è ancora, ed è in attesa.
Esci dal coma, Italia, sveglia gli italiani,
riscopri i cinque sensi e i tre colori,
inciso sulle targhe di un’unica memoria
cerca il popolo che sei stata, che eri,
oggi tradotto anche nella rima
da una colata di vergogna e di giornata
in corti di servi ladri fattucchieri.
Un popolo ormai tremendamente impopolare,
niente di nobile, tutto da arrangiare,
che singhiozza di democrazia e costituzione
da un letto di dolore e di livore ,
mentre gli viene detto che sta bene
da chi ormai -dovrebbe essere chiaro-
ha preso a ragionare con il pene.
E allora fallo sì tu al posto del Margravio,
ma fallo oggi, senza più rimandare
dico di svegliarti, per ritornare eretta
midollo che scorre nella spina dorsale,
per ricordare/guardare/camminare
perché il male è troppo avanzato
e il rischio ora non è che tu muoia,
Paese unito o disunito, comunque in agonia
proprio lungo le stesse vie
in cui una volta, Italia, cantavi l’allegria.
Il rischio è quello di un risveglio differente
di me, di te, di noi fronte a uno specchio
che ci ridia diversi connotati,
post-italiani assolti o condannati,
aggrumati e mollicci nel recinto del niente.
Con l’alibi di urlare troppo tardi
magari in gita sotto storici balconi,
quasi che il coma non avesse leso
l’identità di un popolo di eroi
che regredendo nella mediocrità
è sprofondato in un letargo da coglioni.